L’incarico
Il dottor Schwohrer arrivò e tirò fuori gli strumenti dalla borsa, tenendo lo sguardo fisso sul paziente che giaceva ansante sul letto. Gli occhi dell’infermo erano dilatati e le tempie erano madide di sudore. Il volto del medico rimase impassibile. Non era un uomo emotivo, ma si rendeva perfettamente conto che la fine era imminente. Eppure, come medico aveva giurato di fare tutto il possibile e Cechov, per quanto tenuemente, sembrava aggrapparsi ancora alla vita. Il dottor Schwohrer preparò una siringa ipodermica e gli somministrò una dose di canfora, per mantenere alto il tono cardiaco. Ma l’iniezione non giovò a nulla: a quel punto, evidentemente, non c’era più speranza. Nondimeno il medico informò Olga che aveva intenzione di mandare a prendere dell’ossigeno. Improvvisamente, Cechov si riscosse e, del tutto lucido, disse con calma: “A che pro? Prima che arrivi sarò già cadavere”.
Il dottor Schwohrer si tirò i folti baffi e fissò il malato. Le guance dello scrittore erano grigie e incavate, il volto cereo; il respiro rauco e intermittente. Il medico si rese conto che il tempo si poteva ormai misurare in minuti. Senza una parola, senza nemmeno consultarsi con Olga, si diresse verso una nicchia della parete dove si trovava un telefono. Lesse le istruzioni per usare l’apparecchio: tenendo premuto un bottone e girando una manovella poteva mettersi in contatto con i sotterranei dell’albergo, dove erano le cucine. Portò il ricevitore all′orecchio e seguì le istruzioni. Quando qualcuno finalmente rispose, il dottor Schwohrer ordinò una bottiglia del migliore champagne dell’albergo. “Quanti bicchieri?”, gli fu chiesto. “Tre bicchieri!”, esclamò il medico nel boccaglio. “E in fretta, capito?” Fu uno di quei rari momenti di ispirazione cui si rischia in seguito di non far più caso, perché l’iniziativa sembra così appropriata da apparire inevitabile.
Lo champagne fu portato all’appartamento da un giovanotto dall’aria stanca e dai capelli biondi arruffati che finivano a punta sulla fronte. I pantaloni della sua uniforme non avevano più la piega, tanto erano gualciti, e nella fretta di abbottonarsi la giacca aveva saltato uno degli occhielli degli alamari. Il suo aspetto era quello di qualcuno che stava riposando - abbandonato su una sedia, sonnecchiando - quando lontano, santo cielo!, un telefono aveva squillato nelle prime ore del mattino e, prima che se ne rendesse conto, il suo superiore lo stava scuotendo e gli ordinava di portar su una bottiglia di Moet alla 211. “E in fretta, capito?” […]
Con la consueta meticolosità, il dottore si accinse ad aprire la bottiglia cercando di attutire per quanto possibile lo schiocco festoso del tappo. Versò lo champagne nelle tre coppe e poi, con un gesto che gli era abituale, rimise il tappo alla bottiglia, spingendolo a forza nel collo. Quindi portò le tre coppe vicino al letto. Olga lasciò per un attimo la presa della mano del marito - una mano, disse più tardi, che le bruciava le dita. Gli sistemò un altro guanciale dietro la testa, poi appoggiò il calice di champagne fresco al palmo febbricitante dello scrittore e si assicurò che le dita si stringessero saldamente attorno al gambo. Cechov, Olga e il dottor Schwohrer si scambiarono un’occhiata. Non fecero tintinnare i bicchieri, non fecero brindisi. A cosa mai avrebbero potuto brindare? Alla morte? Cechov chiamò a raccolta le ultime forze e disse: “È un sacco di tempo che non bevo più champagne”. Si portò il bicchiere alle labbra e bevve. Dopo uno o due minuti Olga gli prese il bicchiere vuoto dalle mani e lo posò sul comodino. Quindi Cechov si voltò di lato. Chiuse gli occhi e fece un gran sospiro. Un attimo dopo aveva cessato di respirare.
R. Carver